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sabato, Gennaio 24, 2026
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Sinners ha fatto la storia come il film più candidato agli Oscar di tutti i tempi, ottenendo 16 nomination.

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Tra i favoriti di quest’anno, come da previsioni, ci sono Sinners, Una battaglia dopo l’altra, Frankenstein e Hamnet

 

Sono state annunciate le nomination per la 98ª edizione degli Oscar, e l’horror musicale “Sinners” di Ryan Coogler ha ottenuto 16 nomination, battendo il record per il maggior numero di candidature per un film. Supera il precedente record di 14 nomination detenute da “Eva contro Eva” (1950), “Titanic” (1997) e “La La Land” (2016). Una battaglia dopo l’altra ne ottiene 13, a seguire Marty Supreme, Sentimental Value e Frankenstein con 9.

La cerimonia di premiazione si terra il prossimo 15 marzo 2026 nello storico Dolby Theatre di Hollywood, a Los Angeles, cuore simbolico dell’industria del cinema mondiale.

 

Le nomination agli Oscar 2026

Miglior film

Bugonia
F1
Frankenstein
Hamnet
Marty Supreme
Una battaglia dopo l’altra
L’agente segreto
Sentimental Value
Sinners
Train Dreams

Miglior regia

Chloé Zhao, Hamnet
Josh Safdie, Marty Supreme
Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l’altra
Joachim Trier, Sentimental Value
Ryan Coogler, Sinners

Miglior attrice protagonista

Jessie Buckley, Hamnet
Rose Byrne, If I Had Legs I’d Kick You
Kate Hudson, Song Sung Blue
Renate Reinsve, Sentimental Value
Emma Stone, Bugonia

Miglior attore protagonista

Timothée Chalamet, Marty Supreme
Leonardo DiCaprio, Una battaglia dopo l’altra
Ethan Hawke, Blue Moon
Michael B. Jordan, Sinners
Wagner Moura, L’agente segreto

Miglior attrice non protagonista

Elle Fanning, Sentimental Value
Inga Ibsdotter Lilleaas, Sentimental Value
Amy Madigan, Weapons
Wunmi Mosaku, Sinners
Teyana Taylor, Una battaglia dopo l’altra

Miglior attore non protagonista

Benicio del Toro, Una battaglia dopo l’altra
Jacob Elordi, Frankenstein
Delroy Lindo, Sinners
Sean Penn, Una battaglia dopo l’altra
Stellan Skarsgård, Sentimental Value

Miglior sceneggiatura originale

Blue Moon
It Was Just An Accident
Marty Supreme
Sentimental Value
Sinners

Miglior sceneggiatura non originale

Bugonia
Frankenstein
Hamnet
Una battaglia dopo l’altra
Train Dreams

Miglior film internazionale

L’agente segreto (Brasile)
It Was Just An Accident (Francia)
Sentimental value (Norvegia)
Sirat (Spagna)
La voce di Hind Rajab (Tunisia)

Miglior film animato

Arco
Elio
KPop Demon Hunters
La piccola Amélie
Zootropolis 2

Miglior cortometraggio

Butcher’s Stain
Jane Austen’s Period Drama
A Friend of Dorothy
The Singers
Two People Exchanging Saliva

Miglior corto animato

Butterfly
Forevergreen
The Girl Who Cried Pearls
Retirement Plan
The Three Sisters

Miglior documentario

The Alabama Solution
Come See Me in the Good Light
Cutting Through Rocks
Mr. Nobody Against Putin
The Perfect Neighbor

Miglior corto documentario

All the Empty Rooms
Armed Only with a Camera: The Life and Death of Brent Renaud
Children No More: Were and Are Gone
The Devil Is Busy
Perfectly a Strangeness

Miglior casting

Hamnet
Marty Supreme
One Battle after Another
The Secret Agent
Sinners

Miglior montaggio

F1, Stephen Mirrione
Marty Supreme, Ronald Bronstein & Josh Safdie
Una battaglia dopo l’altra, Andy Jurgensen
Sentimental Value, Olivier Bugge Coutté
Sinners, Michael Shawver

Miglior scenografia

Frankenstein, Tamara Deverell
Hamnet, Fiona Crombie
Marty Supreme, Jack Fisk
Una battaglia dopo l’altra, Florencia Martin
Sinners, Hannah Beachler, Monique Champagne

Migliori costumi

Avatar: Fuoco e cenere
Frankenstein
Hamnet
Marty Supreme
Sinners

Miglior trucco

Frankenstein
Kokuho
Sinners
The Smashing Machine
The Ugly Stepsister

Miglior suono

F1
Frankenstein
One Battle after Another
Sinners
Sirât

Migliori effetti speciali

Avatar: Fuoco e cenere
F1
Jurassic World Rebirth
The Lost Bus
Sinners

Miglior colonna sonora

Bugonia
Frankenstein
Hamnet
Una battaglia dopo l’altra
Sinners

Miglior canzone originale

“Dear Me”, Diane Warren: Relentless
“Golden”, KPop Demon Hunters
“I Lied To You”, Sinners
“Sweet Dreams Of Joy, Viva Verdi!
“Train Dreams, Train Dreams

LE COSE NON DETTE

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Tra Roma e Marocco, Muccino rimette al centro coppie e amicizie: i non detti che logorano più delle esplosioni.

Sullo sfondo di un viaggio tra Roma e Marocco, il regista rimette al centro coppie, amicizie e quella zona grigia in cui il silenzio diventa una scelta. Ci sono frasi che non si dicono per educazione, per paura, per stanchezza. E poi ci sono quelle che non si dicono perché, a forza di rimandarle, diventano parte dell’arredamento emotivo: invisibili, ma decisive. Le cose non dette, il nuovo film di Gabriele Muccino in arrivo al cinema dal 29 gennaio 2026,
parte da qui: dall’idea che spesso non è l’esplosione a far saltare una relazione, ma la lenta sedimentazione di ciò che resta in gola. Muccino torna a un territorio che gli appartiene — la coppia come campo di forze, la famiglia come luogo instabile, il sentimento come materia viva e contraddittoria — ma lo fa con un dispositivo narrativo chiaro: un viaggio che diventa cartina di tornasole. Protagonisti sono Carlo ed Elisa, una coppia romana “di successo” che si scopre meno solida di quanto racconti a se stessa. Lui è un professore universitario e scrittore in crisi, lei una giornalista riconosciuta anche fuori dall’Italia; insieme partono
per il Marocco con gli amici di sempre, Anna e Paolo, e con la figlia adolescente di questi ultimi. Il cast — Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini — riunisce volti capaci di sostenere l’urgenza dialogica del cinema di Muccino, quel modo di far emergere la verità non solo nelle parole, ma nel modo in cui le parole vengono evitate. Sullo sfondo, un incontro destinato a spostare gli equilibri: Blu, giovane studentessa di filosofia legata al mondo di Carlo, presenza che innesca attriti e rivelazioni, spingendo i personaggi fuori dalle  posizioni comode. Il film è tratto dal romanzo Siracusa di Delia
Ephron (che firma anche la sceneggiatura insieme a Muccino) e promette di tenere insieme i suoi temi classici — fragilità maschile, desideri che cambiano, relazioni che chiedono coraggio — con una messa in scena “da trincea emotiva”: discussioni, silenzi, improvvisi scarti di tenerezza e crudeltà, in una geografia che alterna Roma e il Marocco come due specchi opposti.
A completare il quadro c’è anche la musica: Mahmood è coinvolto nella colonna sonora, dettaglio che conferma la volontà di Muccino di dialogare con un presente sentimentale e culturale molto riconoscibile. Muccino torna alla regia, invitando lo spettatore a guardare la cosa più difficile da ammettere. Che spesso non sono le parole a ferire, ma quelle che scegliamo di non pronunciare.

Regia: Gabriele Muccino
Cast: Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Miriam Leone, Claudio Santamaria, Beatrice Savignani, Margherita Pantaleo
Genere: Drammatico
Distribuzione: 01 Distribution

LA GRAZIA

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UN PRESIDENTE, UNA COLPA, UN SILENZIO: SORRENTINO RACCONTA IL POTERE QUANDO SMETTE DI PROTEGGERE

La Grazia di Paolo Sorrentino si apre come un sonetto sospeso tra ritualità e inquietudine.
Ed è proprio questo apparente vuoto — umano, politico, sentimentale — che Paolo Sorrentino indaga nel suo nuovo film.
Dopo gli ultimi anni di virtuosismi talvolta più ammalianti che necessari, il regista sceglie
di ritornare a un’essenzialità narrativa che mancava da tempo, restituendo al pubblico
quell’equilibrio raro (di cui lui probabilmente è il capostipite in Italia) tra potenza registica e densità di racconto. Lontano dalle malinconie mediterranee di Parthenope, da frasi ad effetto che riempiono ma non convincono, dall’utilizzo incessante di focali corte che aspirano a spiazzare, Sorrentino ritorna al cuore più autentico del suo cinema.
La storia si concentra sulla figura di Mariano De Santis (Toni Servillo), Presidente della Repubblica, stretto tra la responsabilità istituzionale e il rovello interiore. Il suo compito politico — decidere su un caso di eutanasia e su due domande di grazia — diventa
specchio di un dramma privato: il sospetto di un amore tradito, la ferita della gelosia,
la ricerca di una verità che, come un miraggio, sembra allontanarsi a ogni passo.
Accanto a lui, la presenza della figlia — interpretata con intensità da Anna Ferzetti — offre
un contrappunto delicato e necessario: sguardo limpido e affettuoso, ma non ingenuo,
capace di incarnare quella dimensione familiare che restituisce al protagonista la sua
misura più umana, smussando l’austerità della carica istituzionale.
Sorrentino pone così al centro la tensione eterna tra legge e desiderio, tra potere
e fragilità, ricordandoci che forse la verità ultima non è possesso, ma ossessione
vana. La Grazia eccelle nella sua delicatezza, nel suo voler far commuovere lavorando
non sul sentimentalismo ma sui sentimenti: un’opera che ci si può azzardare a definirla
come un avvicinamento ad una sobrietà che non rinuncia alla poesia. L’exploit di ciò
che sa fare meglio: l’abilità tecnico-registica, la forza di una narrazione essenziale ed
esistenziale e sprazzi di commedia che non mancano nel suo cinema. Un cinema che ci
parla dell’amore, della verità e della loro illusoria importanza, mostrandoci che la grazia
non è mai conquista, ma dono fragile, inatteso, a cui solo la vulnerabilità può aprire la
porta.

Regia: Paolo Sorrentino
Cast: Toni Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano, Giuseppe Gaiani, Giovanna Guida
Genere: Drammatico
Distribuzione: PiperFilm

SONG SUNG BLUE

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Tra palchi di provincia e canzoni che tengono insieme le vite, il film di Craig Brewer racconta l’arte di resistere attraverso la musica

UN RACCONTO INTIMO E IMPERFETTO MA PIENO DI RITMO: TRA PALCHI DI PROVINCIA
E SOGNI TESTARDI, LA MUSICA TIENE INSIEME TUTTO QUANDO IL SUCCESSO NON ARRIVA DAVVERO

C’È UN’AMERICA CHE NON FA RUMORE: periferie, palazzetti di provincia, matrimoni in cui la band suona davvero e la gente balla senza chiedersi se la serata “funzionerà” sui social.
È lì che Craig Brewer piazza la sua macchina da presa per Song Sung Blue, scegliendo la strada meno glamour per raccontare una storia di palco basso e luci calde. Ispirato al documentario di Greg Kohs sui coniugi Sardina, leader della tribute band di Neil Diamond “Lightning & Thunder”, il film osserva il sogno artistico dal punto di vista di chi lo coltiva
dopo il lavoro, tra bollette, chilometri e ostinazione. Hugh Jackman interpreta Mike, veterano con un passato ingombrante e un rapporto quasi fisico con la musica: cantare è un modo per rimettere in ordine il mondo, prima ancora che un’esibizione. Kate Hudson è Claire, energia e ironia, una voce che tiene insieme casa e desideri e che sul palco trova una libertà senza proclami. La loro chimica è l’asse emotivo del racconto, e regge anche quando la sceneggiatura inciampa: Brewer li filma spesso da vicino, affidandosi ai dettagli — un gesto fuori tempo, una battuta che nasconde una ferita, uno sguardo che chiede spazio.
Attorno a loro, il contorno funziona quando resta asciutto: Michael Imperioli ha il piglio perfetto per incarnare quel tipo di presenza pratica (e un po’ disillusa) che ogni piccolo “circo” musicale si porta dietro.
La trama segue la nascita e la crescita “di provincia” della band: serate nei bar, feste di paese, ingaggi che sembrano minimi e invece costruiscono un’identità.
Con l’attenzione arrivano le frizioni: la pressione di essere all’altezza del mito, l’idea di trasformare la passione in mestiere, le crepe che si aprono quando il pubblico applaude ma la vita, fuori scena, resta complicata. Brewer alterna momenti intimi e set musicali con energia ruvida, lasciando che le canzoni di Diamond — da “Sweet Caroline” in giù — diventino un lessico condiviso più che un semplice repertorio. E la scelta di far cantare spesso Jackman e Hudson in prima persona dà alle performance un’aria meno patinata e più concreta: non la perfezione, ma la presenza.
Non tutto, però, trova la stessa misura.
Alcuni passaggi (forse) forzano il tono; certi snodi cercano la scorciatoia emotiva e il percorso drammatico procede talvolta su binari già noti. Ma Song Sung Blue si difende quando accetta la sua scala: non l’epica della celebrità, piuttosto la dignità di un successo che coincide con il continuare a suonare senza smarrirsi. Alla fine resta un film sostenuto da due star disposte a sporcarsi — a rendere credibili stanchezza e desiderio — e da un regista che, nei momenti migliori, sa riconoscere la differenza tra “sognare in grande” e “resistere con stile”.

Regia: Craig Brewer
Cast: Hugh Jackman, Kate Hudson, Michael Imperioli, Fisher Stevens, Jim Belushi, Ella Anderson, Mustafa Shakir, Eva Kaminsky, Jayson Warner Smith, Tom O’Keefe, Beth Malone,
Robert John Gallagher
Genere: Commedia, Musicale
Distribuzione: Universal Pictures